WEIHENSTEPHAN

La fabbrica di birra statale Weihenstephan, che quasi mille anni fa nacque come birrificio di un monastero benedettino diventando poi birreria  reale bavarese, oggi è una azienda di stato del Land di Baviera, una realtà moderna, gestita secondo criteri di economia privata.Il più antico birrificio al mondo si trova in posizione sopraelevata, sulla collina di Weihenstephan, circondato dal centro di ricerca Weihenstephan del politecnico di Monaco, di recente istituzione. E’ proprio da questo particolare connubio di tradizione, conoscenze comprovate e scienza moderna, conferiscono alla fabbrica di birra una identità inconfondibile che consente di produrre birre di altissima qualità. I birrai li hanno sempre considerati una marchio “insider” e questo non sorprende se si tiene conto che Weinstephan rappresenta il centro di riferimento internazionale della scienza di fabbricazione della birra e che tutti i birrai del mondo hanno imparato quest’arte proprio lì. Pertanto per gli “scienziati della birra” la fabbrica rappresenta un vero e proprio impianto modello: una posizione di grande responsabilità. Non si avverte questo senso di grande responsabilità soltanto nei confronti dell’università, bensì nei confronti dei clienti e degli imprenditori che apprezzano le specialità birrarie dell’azienda per i quali ci impegniamo a mantenere standard qualitativi molto alti per avere una birra sempre “speciale”.

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HOFBRAU MUNCHEN

La Birreria Hofbräu München

Nel 1589 il Duca Guglielmo V fondò la Hofbräuhaus (letteralmente: la Birreria della Corte). Da allora la birreria ed il pub hanno costruito la storia della Birra di Monaco di Baviera ed inciso fortemente sulla Cultura della birra a Monaco. Siamo fieri che oltre 400 anni di Arte della Birra hanno contribuito al carattere della nostra bella città.

Le lettere HB accompagnate dalla corona sono conosciute in tutto il mondo. La proprietaria del marchio è la birreria “Staatliches Hofbräuhaus in München” (Birrificio Nazionale della Corte in Monaco) che produce le birre “Hofbräu München”. L’impresa è una delle due birrerie tradizionali di Monaco rimaste in mano bavarese. “Hofbräu, la mia Monaco” esprime l’appassionata fede nella città, nei suoi abitanti e nello stile di vita bavarese.

Ingredienti

La birra è un prodotto naturale

Da oltre quattrocento anni la Hofbräu München produce birra secondo la “Legge della purezza della birra” vigente in Germania (Reinheitsgebot). Questa straordinaria legge che tutela i diritti dei consumatori e risale al 1516 è il marchio di qualità inviolabile che garantisce la purezza e la qualità delle nostre birre.

Acqua

L’acqua impiegata nella produzione delle birre HB proviene dai nostri pozzi. Sotto lo stabilimento a ben 150 metri di profondità si diramano le tubature dell’acqua che attraversano la pianura multistrato di ghiaia su cui sorge Monaco di Baviera. Lì nel sottosuolo gorgoglia la nostra acqua, lontano da residui di sostanze chimiche, fertilizzanti, metalli pesanti e da qualsiasi altro tipo di inquinamento ambientale. Non è una comune acqua sotterranea, bensì un’acqua depositatasi nelle Prealpi, quando i ghiacciai nell’era del Terziario si estendevano fino al nord di Monaco di Baviera. Da ancor prima dell’età della pietra quest’acqua è conservata in profondità ed è fresca come il primo giorno.

Luppolo

I quattro tipi di luppolo, impiegati dalla Hofbräu München per produrre la sua rinomata birra, provengono dalla zona di Hallertau, sita a nord di Monaco di Baviera: i luppoli amaricanti “Northern Brewer” e “Magnum” e le varietà aromatiche “Hallertauer Perle” e “Select”. Nell’Hallertau le colture di luppolo si ottengono da talee, i cosiddetti polloni, della pianta femmina. I tralci si arrampicano fino ad un’altezza di sette – otto metri sostenuti da strutture metalliche avvolgendosi a spirale, sempre in senso orario. Il cosiddetto “oro verde” si raccoglie nei mesi di agosto e settembre. Il luppolo viene poi asciugato, conservato ed infine trasportato nelle fabbriche di produzione di birra per la successiva lavorazione. Qui si separano le infiorescenze femminili coltivate e non fecondate, dai cosiddetti “elementi impuri”. Dopo aver eliminato steli e foglie rimane solo una massa leggermente resinosa di colore verde – giallastro: la luppolina in cui sono contenute le sostanze aromatiche amaricanti tipiche del luppolo. La luppolina viene pressata in piccole compresse dette “pellet” che ne consentono lo stoccaggio per diversi anni ad una temperatura massima di 10 gradi centigradi senza andar incontro ad una perdita di qualità. La percentuale impiegata delle diverse varietà di luppolo dipende dal tipo di birra. Ad esempio, un litro di birra “Hofbräu Original” oppure “Hofbräu Oktoberfestbier” contiene circa 1,0 grammi di luppolo naturale contro gli 0,8 grammi circa della birra di frumento “Münchner Weisse”.

Malto

I chicchi di orzo e di frumento (utilizzati per la “Weissbier”) rappresentano un ingrediente grezzo fondamentale per la produzione della birra. Ogni singolo chicco contiene carboidrati, proteine, grassi e vitamine ben racchiusi in una buccia dura, la glumella. Per produrre la birra occorre che queste sostanze siano trasformate. Il chicco viene messo a macerare con l’acqua ed inizia a germinare e crescere. Il maltatore controlla questo processo naturale soltanto dosando nella giusta misura l’umidità, la temperatura e l’aereazione, quindi con un metodo puramente biologico senza alcuna aggiunta di sostanze chimiche. Quando il chicco raggiunge il giusto grado di maturazione, il processo di germinazione viene interrotto e il chicco viene messo ad asciugare (in gergo tecnico: essiccare). Da questo momento il chicco si chiama “malto”. Più lunga è la fase di essiccazione, più scuro sarà il malto e, più tardi, il colore della birra. Hofbräu München impiega i seguenti tipi di malto:

  • malto d’orzo chiaro
  • malto d’orzo scuro
  • “caramalz” (malto d’orzo aromatizzato)
  • malto di frumento chiaro
  • malto di frumento scuro

Complessivamente ben 5.000 tonnellate l’anno, che vengono acquistate da diverse malterie e stoccate, fino al loro utilizzo, in dieci silos di proprietà del birrificio.

Lievito

Nel processo di produzione della birra vengono impiegati due tipi di lievito: il lievito a bassa fermentazione e quello ad alta fermentazione. Il lievito a bassa fermentazione richiede temperature di lavorazione piuttosto basse, la temperatura ottimale si aggira tra i 7 e i 9 gradi centigradi. Questo lievito fermenta nella birra per sei – sette giorni prima di depositarsi sul fondo del tino di fermentazione – da qui il nome lievito “a bassa fermentazione”. Le birre che si producono con tale lievito sono la “Hofbräu Original”, la birra scura “Hofbräu Dunkel”, la birra Bock “Hofbräu Maibock”, la “Hofbräu Oktoberfestbier” e la birra della festa “Hofbräu Festbier”. Il lievito ad alta fermentazione preferisce invece temperature più elevate, preferibilmente tra i 18 ed i 20 gradi centigradi. Nella caldaia fermenta per quattro, cinque giorni risalendo verso l’alto sotto la spinta dell’anidride carbonica – per questo si definisce lievito “ad alta fermentazione”. Le birre con lievito ad alta fermentazione sono le birre di frumento “Münchner Weisse” e “Hofbräu Schwarze Weisse”. I lieviti sono organismi unicellulari che si auto riproducono conferendo ad ogni birra un sapore particolare. Proprio questo è il motivo per cui Hofbräu München coltiva i suoi ceppi di lievito all’interno del proprio stabilimento in un impianto specifico per la coltivazione di varietà di lievito purissime. Ciò consente ai mastri birrai della Hofbräu München di garantire che ciascun amante della birra HB ritrovi sempre l’adorato sapore della sua birra preferita HB bottiglia per bottiglia, litro per litro, tino per tino.

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Storia della birra

Tratto dal sito http://www.atuttabirra.com

BREVE STORIA DELLA BIRRA

Preistoria

La birra non é stata mai inventata!

Quando scaviamo nella memoria dei nostri antenati alla ricerca della birra originale, noi non la troviamo. Indoviniamo piuttosto come si é sviluppata: un composto di grani d’orzo e d’acqua. Gli archeologi testimoniamo che il primo cereale coltivato é stato l’orzo, il più facile da coltivare, che ha contribuito a trasformare quei popoli da nomadi in stanziali e a formare i primi villaggi.

l’orzo è stato il primo cereale coltivato dall’uomo

Piano piano le tecniche agrarie si perfezionarono e portarono alla produzione di un “surplus” che occorreva “immagazzinare”.Si presentarono allora delle difficoltà per proteggere le riserve dai vermi e dai roditori. Essendo la necessità madre di tutte le invenzioni, la donna inventa una tecnica originale di conservazione cioè mantenere i grani in recipienti riempiti d’acqua che  poi grazie ai lieviti selvaggi mettono in atto una fermentazione: la birra comincia così a delinearsi.

Quando si nutre di questo “intruglio”, l’uomo primitivo si sente rinvigorito e soprattutto più felice: la durezza della vita gli appare più sopportabile e vede in tutto questo un intervento divino.

Prime testimonianze

i Sumeri 

La prima traccia inconfutabile dell’esistenza della birra ci viene da una tavoletta di argilla dell’epoca predinastica sumera (circa 3.700 A.C.), il celebre “monumento blu” che descrive i doni propiziatori offerti alla dea Nin-Harra: capretti, miele e birra. Dai caratteri cuneiformi dei sumeri sappiamo inoltre che le “case della birra” sono tenute da donne, che la birra d’orzo é chiamata sikaru (pane liquido) mentre quella di farro é detta kurunnu e che altri tipi vengono ottenuti mescolando in proporzioni diverse le prime due. Da ricordare almeno la niud addolcita con zucchero di datteri e la bi-du, la più “ordinaria” che serviva a calcolare il salario-base degli operai (3 litri al giorno!).

                                                               codice di Hammourabi

La più antica legge che regolamenta la produzione e la vendita di birra é, senz’alcun dubbio, il Codice di Hammourabi (1728-1686 A.C.) che condannava a morte chi non rispettava i criteri di fabbricazione indicati e chi apriva un locale di vendita senza autorizzazione.

 gli Egizi

Gli Egizi attribuirono a Osiride, protettore dei morti, l’invenzione della birra ed essendo stretto il legame tra birra e immortalità, i più ricchi si facevano costruire delle birrerie in miniatura per le loro tombe. Ai Faraoni erano dovuti come tasse dalle città, dai territori e dalle province, migliaia e migliaia di vasi di birra e, come per i Sumeri, il salario minimo era liquido (due anfore di birra al giorno).


Birra é sinonimo di vita e le sue virtù curative diventano famose: il “papiro Ebers” ci offre 600 prescrizioni mediche per alleviare le sofferenze dell’umanità il cui ingrediente principale é la birra. Le scuole superiori insegnano la fabbricazione della birra prima della scrittura e della lettura. Si stabilisce che la vendita della birra in cambio di oro e argento é proibita in quanto il venditore può esigere solo orzo in quantità uguale alla birra venduta, pena l’essere gettato nel fiume.

                     

Gli Egizi chiamarono la birra “zythum” e i loro cugini d’oltre-mediterraneo, i greci se ne ispirarono per chiamarla “zythos“e migliaia di anni dopo gli studiosi utilizzano la radice greca per designare gli elementi della fermentazione: zymotechnia (1762), zymotico (1855), ecc. La birra dell’epoca é un alimento che immaginiamo piuttosto zuccherato, alquanto spesso e che sviluppa un basso tenore alcolico.

                                                           

La saliva delle donne

 

La donna scopre che la birra fermenta più rapidamente se mastica i grani, infatti l’enzima della ptialina nella saliva trasforma l’amido in zuccheri adatti alla fermentazione. Ai giorni nostri, in molte zone dell’America Latina, le donne che masticano i grani e sputano nella marmitta, ripetono il più antico rituale di birrificazione conosciuto sulla terra. L’impronta femminile sulla fabbricazione della birra si protrae sino al Medio-Evo. Le leggi germaniche decretano che spetta esclusivamente alla tenutaria la proprietà del materiale di brassaggio che spesso fa parte della sua dote di matrimonio. In Gran Bretagna sono le famose “Ale Wives” che preparano la nobile bevanda e il mestiere di vendere la birra é largamente dominato dalle donne.

i Galli


I Galli migliorano tre aspetti del fare la birra: utilizzano pietre riscaldate per la cottura, inventano le botti per un più lungo periodo di conservazione (fino a otto mesi) e inventano una famosa pozione magica mescolando ad una birra di frumento una parte di idromele. Aromatizzano le loro birre con anice, assenzio e finocchio mentre i Druidi preparano anch’essi un’infusione magica dai poteri curativi impiegando un ingrediente segreto: la salvia. 

il Medio-evo

Nel Medio-Evo la libertà di fare e vendere birra costituisce un privilegio che é saldamente nelle mani delle Chiese e dei nobili che ovviamente  si arrogano il diritto di produrre e commerciare la birra. Solo quando non sono in grado di far fronte alla  crescente domanda, concedono la licenza ai privati in cambio di tasse alquanto salate. Con la nascita di sempre più potenti corporazioni di commercianti, la birra diventa una delle principali forze economiche.


Nel 1376 ad Amburgo operano ben 457 birrai e si distinguono due differenti tipi di birrerie: quelle gestite dai birrai “di mare” che esportano i loro prodotti e quelli “di terra”che rispondono al mercato locale.

il gruyt

 I Crociati contribuiscono all’incremento dell’utilizzo delle spezie che, portate dalle spedizioni in Oriente, danno senza dubbio una birra di qualità superiore.

L’insieme di vari aromi, detto “gruyt” da un termine sassone, può essere formato da un numero elevato di spezie: ambra, lampone, pepe, finocchio,  giusquiamo, lavanda, anice, zafferano, cannella, genziana e chiodi di garofano. Molte città episcopali stabiliscono , diremmo oggi “monopolisticamente”, un “diritto di gruyt“, una vera e propria forma di tassazione che obbliga il birraio ad acquistare una quantità di gruyt proporzionale alla quantità di cereali impiegati. Con l’irresistibile ascesa del luppolo (XIII° secolo) il gruyt viene relegato ai libri di storia. Tuttavia l’impiego di spezie non sparì completamente ed ancora oggi molti birrai soprattutto del Belgio, ma anche scozzesi e scandinavi, contribuiscono a mantenere questa tradizione che ha portato, con l’avvento delle birre da degustazione, ad un crescente utilizzo delle spezie.

       il luppolo

                                                                                      

Suor Hildegard

L’utilizzo del luppolo è antichissimo ma la pratica rigorosa di luppolare il mosto nasce nel XIII° secolo. un grande contributo viene dato dalle ricerche della clebre botanica Suor Hilgedard von Bingen (1098-1179) dell’Abbazia di St. Rupert in Germania. Suor Hildegard mette in evidenza le qualità del luppolo per arrestare la putrefazione ed allungare al vita alla birra. L’impiego del luppolo si espande dapprima in Boemia e poi in tutta la Gemania e l’Olanda, diventata il centro nevralgico del commercio internazionale. Qualche resistenza si ha nei “tradizionalisti ad oltranza” inglesi che, nonostante l’introduzione del luppolo da parte degli immigrati fiamminghi, lo accettano pienamente solo alla fine del XVI° secolo.

Reinheitsgebot ( estratto dall’originale)   Guglielmo IV di Baviera

Nasce nel 1516 il celeberrimo “Reinheitsgebot” (l’editto della purezza), tuttora in vigore, che obbliga il birraio ad utilizzare solo acqua, malto d’orzo e luppolo (e lievito, naturalmente). Una curiosità: pochi sanno che in realtà Guglielmo IV di Baviera emanò questo decreto (che doveva essere temporaneo) per impedire, solo per quell’anno, l’impiego del frumento che aveva dovuto patire un raccolto disastroso.

Verso la fine del Medio-Evo, la produzione della birra era saldamente nelle mani della classe media che forma potenti corporazioni. Per ottenere l’autorizzazione a diventare birrai bisogna avere le “mani pulite”, non essere figli illegittimi, non aver compiuto adulterio e per chi diluisce i prodotti con l’acqua c’è la pena di morte!

i monaci  

La produzione di birra monastica debutta all’epoca carolingia. Già nel 770 nell’Abbazia di Gorze in Mosella, il mastro birraio opera per i suoi silenziosi fratelli. I monaci perfezionano in modo significativo i metodi di brassaggio e diventano fino al XII° secolo gli esclusivi detentori delle conoscenze e delle tecniche. Nella famosa Abbazia di S.Galloin Svizzera, nascono le geniali tecniche che permettono di dividere la stessa produzione in più mosti. Il primo mosto che si estrae, ricco di zuccheri e destrine, dà una birra forte e prelibata. chiamata “prima melior”.Il malto utilizzato trattiene tuttavia una forte proporzione di zuccheri “imprigionati” che, con l’aggiunta di acqua seguita da una filtrazione, permette di ottenere una birra meno ricca di zuccheri e destrine, più leggera e di minor valore (“da tavola”) chiamata “secunda” per il consumo dei monaci che potevano (a seconda delle regole del singolo monastero) berne dai 5 agli 8 litri al giorno! Un’ulteriore diluizione poteva essere fatta per ottenere la cosiddetta “tertia”, la birra offerta ai mendicanti.

Dopo le note vicissitudini, i saccheggi ed espopri patiti con la Rivoluzione Francese e con Napoleone, i monasteri ritornano a produrre birra ma la maggior parte cessa l’attività all’inizio del XX° secolo (fanno eccezione i famosi “padri trappisti” tuttora attivi ed anzi sempre più agguerriti, anche a livello di “marketing”: chi non conosce il logo esagonale “authentic trappist product”?)

In Inghilterra, Enrico VIII mise brutalmente fine alle attività brassicole dei monasteri e a tutt’oggi non si segnalano oltremanica cenni di ripresa.

la Rivoluzione Industriale

Già prima delle grandi invenzioni contribuirono a migliorare i procedimenti medievali: il termometro inventato nel 1714 da Fahreinheit e l’idrometro di M. Marin, datato 1768.

             

                                                 

Questi strumenti sono all’origine dei primi “quaderni di brassaggio” che permettono dii avere informazioni precise sulle diverse fasi: un esempio significativo può essere rappresentato dall’inoculazione del mosto il cui momento giusto veniva deciso immergendo la mano oppure quando si riusciva a vedere la propria immagine riflessa.

La rivoluzione industriale e quella scientifica si affermano in Europa nel XIX° secolo, sconvolgendo irrimediabilmente il mondo della birra, trasformato da due fattori fondamentali: da una parte la meccanizzazione che permette di aumentare il volume prodotto e dall’altra la possibilità di controllare rigorosamente ogni tappa della produzione in modo scientifico. La prima macchina a vapore in campo birrario è attribuita a James Watt che nel 1785 utilizza la nuova tecnologia per produrre una “porter” a Londra. Daniel Wheeler fa brevettare una macchina per tostare il malto nel 1817 e apre la strada ai malti chiari e scuri, prima sconosciuti.  Jean-Louis Baudelot inventa nel 1856 il “raffreddatore del mosto” che permette di recuperare il mosto raffreddato e passare subito alla fermentazione. La macchina per il ghiaccio artificiale, inventata da Carrè tre anni più tardi, esercita un impatto significativo per la birrificazione non solo a livello del raffreddamento del mosto ma soprattutto per molte altre operazioni come la bassa fermentazione e la possibilità di produrre lungo l’intera annata.

la bottiglia di vetro

  

E’ solo nel XVIII° secolo che si assiste a una vera e propria industria del vetro. Lo sviluppo della bottiglia di vetro si ha verso il 1880-1885 con l’invenzione della vetreria meccanica che coincide con l’avvento delle birre a bassa fermentazione. Il consumatore può ora ammirare il suo nettare e questo lo spinge a preferire birre sempre più chiare e dorate, il cui bellissimo aspetto viene esaltato dalla trasparenza del vetro.

la scoperta del lievito 

 Anton Dreher           Gabriel Sedlmayr

Leuwenhoeck nel 1680 identifica il lievito di birra ma non è in grado di spiegarne nè la natura nè come agisce, cosa che riesce nel 1939 a Cagniard-Latour che attribuisce la fermentazione ad una cellula di lievito. La sua teoria, basata su una cellula invisibile, viene duramente contestata dagli scienziati dell’epoca ma già l’anno dopo Anton Dreher eGabriel Sedlmayr identificano il lievito come l’ingrediente segreto che fa la gloria delle birre bavaresi. questo lievito, esportato in Boemia, fornisce l’occasione a Plzen nel 1842di lanciare uno stile che sconvolge il mondo della birra.

portale della birreria

La Pilsner Urquell (cioè “fonte originale”) diventa il punto di riferimento di moltissime birrerie che si ispirano alla sua celebrata bionda per proporre nuovi prodotti ad un mercato sempre più crescente.

         Louis Pasteur                       Emil Hansen         

I lavori di Pasteur sulla fermentazione del 1876 spianano la strada alla comprensione dell’azione del lievito e a quella dei batteri responsabili dei problemi che portano al cattivo gusto. I risultati delle sue ricerche spingono le birrerie ad equipaggiarsi di un laboratorio e nel 1883 Emil Hansen della danese Carlsberg sviluppa la tecnica  per isolare un’unica cellula di lievito che permetterà  finalmente si birrai di esercitare un controllo totale sulle birre che produce.

il XX° secolo

La birreria diventa un’impresa industriale che deve affrontare una concorrenza sempre più feroce e deve migliorare la sua produttività mantenendo prezzi bassi. L’evoluzione dei mezzi di comunicazione e dei trasporti favoriscono gli spostamenti delle birre e di conseguenza il loro confronto.

Si sviluppano pertanto dei “giganti” dell’industria birraria prima negli Stati Uniti poi via via in tutto il mondo provocando la diminuzione in caduta verticale delle piccole birrerie.Alla fine del XIX° secolo se ne contavano più di 3.000 in Belgio e più di 2.000 negli Stati Uniti, mentre meno di cent’anni dopo il loro numero era vertiginosamente sceso a poco più di un centinaio in Belgio e a qualche dozzina negli Stati Uniti.

 la birra-alimento diventa bevanda dissetante 

  

 I mezzi di comunicazione permettono alla birra di viaggiare sempre più lontano ma favoriscono subito dopo lo sviluppo di un marketing di massa. Le indagini di mercato dimostrano alle birrerie che “meno la birra è amara più si vende”. Questi studi rispondono ai loro bisogni capitalistici : se per esempio risulta che il 75% prova repulsione per le birre amare, la birreria diminuisce l’amaro in tutta la sua gamma di birre senza tener conto del restante 25% dei suoi clienti. Se poi, in fase successiva, afferma nelle sue campagne pubblicitarie che è migliore perchè meno amara, ha contribuito a offrire un’informazione parziale alla popolazione che rischia di identificare l’amaro con un difetto. Assistiamo così ad un appiattimento delle birre e all’impoverimento delle attitudini sensoriali della popolazione. Il fenomeno trova il suo apogeo nel Nord America all’inizio degli anni 60 con la scomparsa della maggioranza delle birre “speciali”. Ma per fortuna questa regressione nel gusto ha i suoi limiti.

la birra di degustazione


Infatti all’inizio degli anni 80 assistiamo a un vero e proprio “rinascimento” della birra “di gusto”. Questo fenomeno assolutamente originale non ha attinenza col passato in quanto, prima dell’industrializzazione non si parlava dell’esistenza di una cultura birraria. La pubblicazione di opere sulla degustazione è nuova, la gastronomia alla birra è nuova, i locali specializzati sono nuovi e i primi musei della birra non hanno ancora vent’anni.

Gli elementi che spiegano questo fenomeno recente sono molteplici: il turismo, l’interesse degli appassionati, il posizionamento sul mercato delle piccole e medie industrie birrarie, la formazione di gruppi di interesse e, non ultima, la filosofia del “piccolo è bello”.

appendice: la birra in Italia

 Viene attribuito agli Etruschi il merito di aver portato in Italia l’orzo, l’ingrediente fondamentale per la preparazione della birra. Ben presto nell’Antica Roma e in tutto l’impero romano si cominciò a consumare abitualmente birra anche se veniva considerata una bevanda “pagana e plebea” al confronto del “divino e nobile” vino. Nell’anno 87 d.C., Tacito, infatti, parla della birra dei Germani paragonandola al “vinus corruptus” cioè andato a male!  Non la pensava  così suo suocero, Agricola, che portò tre mastri birrai da Glevum, l’odierna Gloucester ed aprì a Roma nella sua villa, una birreria privata. Augusto esentò la classe medica dalle tasse perché Musa, il suo medico, l’aveva guarito dal mal di fegato ricorrendo alla “cervisia”. La birra fu, in seguito, una delle vittime delle invasioni barbariche che distrussero gli impianti di produzione, sia pure artigianali, delle città. Del periodo medievale, si ricordano solo degli episodi isolati legati alla vita monastica. Tra il 529 e il 543, manoscritti riportano che mentre San Benedetto da Norcia era presso l’Abbazia di Montecassino, nel Lazio, si produceva birra e questa è la prima birra d’Abbazia Italiana e forse del mondo. Nel 600 d.C. il futuro San Colombano, monaco di origine irlandese, fonda l’Abbazia di Bobbio, nel piacentino, e tra il 612 e il 613 fa miracoli con la birra. La ripresa non avviene in Italia nei secoli seguenti per l’influenza determinante del clima e delle credenze religiose. Infatti come cattolici vediamo nel vino la bevanda sacra, benedetta nell’ultima cena, e nella birra  il simbolo del paganesimo delle genti del Nord.

Il ritorno della birra nel nostro paese non avviene sotto buoni segni,  portata infatti dai famigerati lanzichenecchi che saccheggiano Roma nel 1527. Lo storico Massimo Alberini ci riferisce che uno dei loro capi, Giorgio von Frundesberg, si faceva seguire, anche in battaglia, da un cavallo che trasportava due barilotti di birra. Anche durante i moti risorgimentali si evidenziano le differenze di mentalità  tra gli oppressi bevitori di vino e gli oppressori austriaci bevitori di birra. Ma nulla poteva ormai arrestare, anche nel nostro paese, la popolarità che questa fresca, dissetante e socializzante bevanda ha saputo conquistare in ogni parte del pianeta.Dobbiamo arrivare alla metà del secolo diciannovesimo perché finalmente anche in Italia sorgano le prime vere e proprie fabbriche, tutte a carattere artigianale.

La  prima brasserie italiana è la Spluga di Chiavenna  che inizia la sua attività nel 1840, seguita subito da quelle formate da lungimiranti imprenditori austriaci che volevano entrare in un mercato nuovo, come Wurher, Dreher, Paskowski, Metzger, Caratch, Von Wunster imitati ben presto da commercianti italiani, come Peroni e Menabrea. Dopo varie vicissitudini collegate alle due guerre mondiali e alle sempre più alte tassazioni, si è giunti ai giorni nostri all’inevitabile concentrazione di grossi e potentissimi raggruppamenti internazionali che hanno rapidamente portato all’acquisizione delle piccole fabbriche, facili prede, vittime di irreversibili crisi.

Il consumo di birra in Italia per il 1999 è salito alla cifra record di circa 15,555 milioni di ettolitri. La produzione interna è salita a circa 12,137 milioni di ettolitri. Salgono lievemente anche l’import fino a 3,841 milioni di ettolitri e l’export fino a 0,423 milioni di ettolitri. Il consumo pro-capite rimane costante intorno ai 27 litri. Questi aridi numeri parlano chiaro e sembrano incoraggianti se teniamo in considerazione solo il parametro della quantità. Ma se consideriamo la  qualità, la realtà è ben diversa e lo sanno bene tutti coloro che si battono, ognuno nel proprio campo di competenza, per poter in un immediato futuro intraprendere il cammino l’avventura degli americani,  protagonisti di una straordinaria e ben nota “renaissance”.

fonti bibliografiche : Mario D’Eer La Bière Ed. Trècarré/BièreMAG

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BREWDOG eccellenza scozzese

La 77 Lager è una birra a bassa fermentazione di Brewdog, come loro stessi la definiscono una “artisan rebel pilsner” con luppoli americani. Di straordinaria bevibilità e fragranza è una birra dissetante, di facile abbinamento che vede l’impiego di soli luppoli americani. Di colore dorato limpido presenta una schiuma candida e compatta. Al naso è intensa, fragrante con sentori di luppolo erbaceo, resinoso, miele, malti dolci e chiari. In bocca è piena e allo stesso tempo “watery”, fragrante,  con un finale piacevolmente amaro.

 

 

Un eccellente esempio di IPA “post moderna” come la definiscono i brewdogs. Più semplicemente però possiamo considerarla una grande IPA con accenti americani, dove le note di agrumi vari (pompelmo su tutti) si fanno avanti uniti alle resine di luppoli importanti, ma anche con sentori erbacei ben evidenti. E’ una birra piena ed appagante, con le note amare finali in grande evidenza che la rendono un’esperienza interessante per i conoscitori dello stile. 
Ciò che scrivono sul retro dell’etichetta i due mastri birrai, in pieno stile punk appunto, vale quasi da solo il prezzo della birra.

 

Trashy blonde è una golden ale di ottima aromaticità con luppoli americani Motueka ed Amarillo, il classico malto maris otter pale e un minimo di Caramalt. La birra ha una veste giallo paglierino chiaro con intensi profumi fruttati e agrumati di pompelmo. Il Caramalt contribuisce a dare struttura maltata alla birra, che finisce con una sostenuta nota amara pulita e dissetante. La più beverina di Brew Dog, un concentrato di freschezza.

 

 

Nanny State é la birra più luppolata prodotta da BrewDog: per ogni cotta da 20 hl vengono utilizzati 60 chilogrammi di luppolo con un IBU teorico di 225. Questo dato già sufficiente a rendere questa birra unica é solo una delle caratteristiche di questo prodotto. La Nanny State, viene dichiarata “Imperial Mild”, definizione tutta da discutere, in quanto come unico punto di contatto con lo stile mild vede il basso (bassissimo) contenuto alcolico. A causa del grande utilizzo di malti per dare struttura alla birra, si presenta molto scura nel bicchiere, con toni di Brown ale , tonaca di frate intenso, e un naso intenso, di spremitura di luppolo fresco, fortemente resinoso. Al palato si presenta sorprendentemente piena (chi ha provato la How to disappear completely riconoscerà la differenza) regalando momenti unici di piacere “aromatico” per poi lasciare la scena ad un lunghissimo finale amaro intenso ed estremo.

Una birra forse non per  tutti, ma con sicuri vantaggi in termici alcolemici.

 

 

Ale ambrata con schiuma fine e abbastanza persistente. Aroma di luppolo in primis (aggrumato, resinoso e floreale), dietro a questo si scorge anche un po’ di caramello e frutta, sempre comunque in secondo pano. Gusto di tendenza amaro con una luppolatura da aroma comunque generosa che esalta sentori di frutta esotica, pesca e albicocca. Finale amaro molto gradevole e persistente.

 

 

La Hardcore IPA è stata definita la prima “Double India Pale Ale” britannica. Ha un colore aranciato carico, leggermente velata, con un cappello di schiuma piccolo ma compatta e duraturo. Al palato è corposa e consistente, controbilanciata dall’abbondante amaro del luppolo che non tarda a farsi sentire. Note citriche, toffee e caramello funzionano sorprendentemente bene insieme; il contenuto alcolico scalda ma senza bruciare. Per gli amanti dell’amaro e degli aromi da luppolo, un’esperienza da non perdere! 

 

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CAULIER….l’unica sugar free by nature

Ingredienti naturali al 100% della birra artigianale tradizionale,  le cui radici risalgono al Belgio nel 1842, una birra dal gusto incomparabile. Una storia che merita qualche spiegazione …

Birra e zucchero
La birra è una bevanda alcolica ottenuta dalla fermentazione ed è composta da acqua, malto e luppolo. L’arte della produzione di birra si trova nella gestione del delicato processo biochimico che, durante la fermentazione gli zuccheri del malto vengono convertiti in alcool. Questa trasformazione, mette in evidenza i sapori unici della birra sposati con quelli del luppolo. Infatti, il malto è un grano germogliato costituito essenzialmente di amido che è uno zucchero complesso.
Fino ad oggi, ottenere un attenuazione pressocchè totale dello zucchero  , ossia la trasformazione in alcool, è stato impossibile. In altre parole, rimane sempre una parte di zuccheri nel prodotto finito, e questo, in tutte le birre di attuale produzione. Oltre agli zuccheri naturalmente presenti nella birra, molti produttori aggiungono altri zuccheri semplici dopo la fermentazione. Per questo motivo, alcune birre contengono più di 30 cucchiaini di zucchero aggiunto per ogni bottiglia di 33cl.

La specificità della birra CAULIER: sugar free by nature
Come abbiamo visto la birra contiene una notevole quantità di zuccheri (maltosio, glucosio, fruttosio, saccarosio …) che ha un impatto sul loro contenuto calorico (1 grammo di zucchero = 4 kcal).
CAULIER birra è l’unica birra nel mondo, naturalmente senza zucchero che esce dalla sua lavorazione naturale e messa direttamente in bottiglia. Dopo molte ricerche nel campo della produzione della birra e di controllo della fermentazione, la casa CAULIER ha sviluppato una birra completamente naturale attraverso la quale tutti i carboidrati presenti inizialmente nella birra sono trasformati in alcool. Questa singolare scoperta che porta ad una percentuale di zucchero vicino allo zero (inferiore a 0,5 g/100 ml), è una vera e propria innovazione nel mondo della birra.

Questo approccio innovativo nella pura tradizione produttiva belga al fine di produrre una birra ad alta fermentazione, ri-fermentata in bottiglia e non filtrata. Tutto questo nel rispetto della tradizione vinicola e birraia che offre aromi complessi, il cui carattere soddisfano il vero amante della birra.

Casa CAULIER offre due varietà di birre speciali:
La CAULIER Bionda a 6,8 °: di colore biondo, questa birra seduce immediatamente per la ricchezza di delicati sapori di erbe e di agrumi e per le fragranze speziate. Al gusto lascia  lentamente una profonda sensazione di freschezza e una mineralità naturale e senza zucchero. La CAULIER Blonde va consumata a una temperatura di 8 a 10 gradi Celsius.
La CAULIER Brune a 6,8 °: di colore marrone-bordeaux, questa birra stupisce per i suoi molti sapori tra i quali spiccano i malti, il caramello e il cioccolato, che aprirà la strada, ad  un gusto particolare ricco di selvaggina e spezie. Infine, un tocco di amarezza riempie il palato, lasciando l’impressione di una mineralità naturale e senza zucchero.

La CAULIER Tripel a 9,0 °:

Si presenta arancio carico con un bel cappello di schiuma compatta e persistente, al naso è profumata calda, avvolgente. fiori e frutta gialla matura, molto pescosa.

Al palato ha un impatto forte, si viene travolti da tutto il suo gusto, arriva subito la frutta matura, all’ apertura si sente la mela rossa, ma ecco che come un mareggiata di fine estate impatta sulla battigia il cavallone di frutta matura a pasta gialla, pesche e albicocche, ma anche il maltato è molto presente, il corpo è deciso e si fa sentire, così come i suoi 9° che letteralmente, come si dice a Roma, “te metteno ‘e mano addosso”.

Birra che incalza con l’assaporarla, a primo impatto può sembrare sbilanciata sul maltato e sul dolce, poi più la bevi più l’ apprezzi, chiude decisamente sul malto, qualcosa che ricorda l’ amarognolo te lo lascia, ma proprio una punta che se non ti ci metti neanche te ne accorgi.

Il corpo e la gradazione non ne fanno una birra beverina, ma la voglia di continuare l’esperienza te la fa venire.

L’indicazione “senza zucchero” è affidabile? SÌ 
“Senza zucchero” è una domanda “nutrizionale” e come tale è soggetta alla normativa europea che si applica a tutte le bevande contenenti non più di 0,5 g di zuccheri per 100 ml. Essa non deve essere confusa con altre affermazioni, come “a basso contenuto di zucchero” o “senza aggiunta di zuccheri”, il cui significato è poco chiaro al consumatore. Per questo la birra Caulier soddisfa pienamente tale criterio, in quanto il  totale degli zuccheri è di circa 0,3 g per 100 ml, che possono essere considerati quasi nulli. Il livello di zucchero del prodotto è analizzato per ogni partita prima della sua commercializzazione, nel quadro delle varie prove di qualità, a cui sono soggette le birre Caulier. Questi test vengono eseguiti in azienda e nei laboratori universitari  della Libera Università di Bruxelles, della Katholieke Hogeschool Sint-Lieven a Gand e l’Università Cattolica di Louvain la Neuve. Fedele alla sua politica di trasparenza nei confronti dei suoi clienti, la Casa CAULIER fornisce i risultati di queste prove sul suo sito web.

Inoltre, il regolamento UE non specifica quali tipi di zuccheri bisogna dichiarare. Casa CAULIER ha deciso di comunicare tutte le quantità di zuccheri presenti in una birra, anche se non sono tutti metabolizzati dal corpo umano .

Perché una birra “senza zucchero”?
Il consumo di bevande non alcoliche di tutti i tipi è aumentato negli ultimi decenni, e pertanto oggi c’è una grossa parte della popolazione che risulta in sovrappeso. L’industrializzazione di prodotti alimentari ha contribuito a questo fenomeno, perché lo zucchero è un sapore Enhancer relativamente a buon mercato. Essa è presente nella maggior parte dei prodotti alimentari. Di fronte a questa situazione, abbiamo assistito in questi ultimi anni l’introduzione delle birre “light”. Purtroppo, questo passaggio è spesso a scapito del gusto. Esiste quindi un esigenza di mercato alla riscoperta di sapori forti, autentici, naturali e meno calorici.

Casa CAULIER è parte di quel movimento che mira ad un ritorno di un cibo naturale, senza aggiunta di additivi,e alla ricerca di gusti più raffinati ma meno dolci.
Le nostre birre offrono il doppio vantaggio di essere leggere, strutturate e ipocaloriche rispetto a birre simili, che hanno una minore complessità alcolica. Inoltre, la riduzione del consumo di zuccheri non è solo un modo per ridurre l’assunzione di calorie e quindi di agire nella direzione giusta, il controllo del peso, ma è anche una priorità per i diabetici . Le birre di Casa CAULIER destinate a tutti, sono di particolare interesse per i portatori di diabete ed in particolare per il diabete di tipo II, così come i portatori di malattie cardiovascolari e di ipertensione. L’almanacco del diabete (pubblicato ogni anno dalle varie associazioni nazionali per il diabete)constata che circa il 5% della popolazione mondiale, è portatore di diabete e questa cifra raddoppierà entro il 2025. Il tasso più elevato di diabete risulta più evidente nei paesi industrializzati (ad esempio, 7,9 negli Stati Uniti e 7,8 in UE). Grazie alla mancanza di zuccheri metabolizzati nella birra CAULIER,l’indice glicemico è molto più basso rispetto ad altre birre. Pertanto, un consumo “moderato” (data la presenza di alcool)di birra CAULIER ha un effetto trascurabile sul livello di zucchero nel sangue ed è quindi compatibile con le diete a basso contenuto di zucchero. Infatti, se le birre speciali della Casa CAULIER a 6,8 ° di alcool e contengono circa 7 kilocalorie grado, sono molto meno caloriche rispetto a qualsiasi altra birra nella loro classe o con lo stesso grado di alcool.

CAULIER: il nome e il proseguimento della tradizione adottate dalla Casa CAULIER

CAULIER è una società belga che rispetta la tradizione delle più antiche brasserie. E ‘questa la storia che ha ispirato Eric Coppieters, il fondatore, nel gennaio 2008 quando ha deciso di adottare un marchio in disuso. CAULIER sta rilanciando un marchio che fa parte del patrimonio della storia belga.

Intorno a questo marchio Eric ha unito un team di 12 persone, tutti amanti della birra  vissuta con prodotti naturali ed abbinata ad una alimentazione sana ed equilibrata. Insieme, hanno perpetuato l’abilità artigianale e hanno tentato di sviluppare un prodotto unico al mondo con il ritorno al naturale e con un processo unico e segreto di una deliziosa birra “sugar free by nature”.

E ‘molto importante notare che casa CAULIER non può essere confusa con altre birrerie che producono omonimie in altri marchi di birra o  l’indicazione “senza zucchero aggiunto.” Casa CAULIER  è l’unico proprietario del marchio CAULIER e le birra sono le uniche birre “Sugar Free by Nature”.

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bionde, rosse, scure, naturalmente birre….

Ognuno di noi ha dei gusti e delle preferenze….a noi del SUMMERTIME  piacerebbe conoscere le tue!

Lascia un commento sulle tue birre preferite, faremo tesoro delle tue parole e delle tue competenze.

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Alcune delle nostre proposte

Belgio:

Abbaye de rocs: Questa birra viene brassata con sette tipi di malto. Il suo aroma ricorda quello di un vino rosso, caldo ed avvolgente con un finale fruttato. E’ una birra estremamente profonda, matura, mistica.

provenienza: Belgio- gradazione alcolica 9% vol.- colore rosso cupo.

Montagnarde: Questa birra ambrata, robusta e ben strutturata ha un bouquet fruttato e speziato, molto profumato di vaniglia. Il retrogusto è persistente di spezie e toffee, ed un corpo che si fa ricordare.

provenienza: Belgio- gradazione alcolica 9% vol.- colore ambrato.

Tripel karmeliet:  Prodotto di grande complessità sia a livello olfattivo che gustativo. Si evidenziano note eleganti tendenti al fruttato ma anche al floreale il che gli conferisce un corpo  di notevole struttura. Il gusto è complesso e dolce.

provenienza: Belgio- gradazione alcolica 8,4% vol.-colore  giallo oro.

Pauwel Kwak: Birra dal profumo del malto, con toni caldi in cui si evidenziano il caramello e un leggero affumicato. Sono presenti note speziate e fruttate. Il gusto è assai complesso e orientato al dolce, il corpo decisamente strutturato.

provenienza: Belgio- gradazione alcolica 8,4% vol.- colore rosso pelo di volpe.

Biere du boucanier golden ale: Birra decisamente forte ed elegante. Corposa e piena, robusta e compatta. Molto decisa adatta a palati forti che chiedono un contributo potente ad una birra che sappia farsi ricordare.

provenienza: Belgio- gradazione alcolica 11% vol.- colore biodo dorato.

Biere du boucanier red ale: E’ una birra delicata ed aromatica. la sua consistenza è molto equilibrata , così  come la sua corposità. Sottile e facile, leggera e soave. Il retrogusto si fa ricordare per la sua gentilezza.

provenienza: Belgio- gradazione alcolica 7% vol.- colore rosso.

Biere du boucanier dark ale: Birra profumata di torrefatto, completa e rotonda. La sua pienezza olfattiva la rende attraente ed elegante.Il sapore ricorda le mandorle ed i fiori d’arancio. Corpo forte, ma bilanciato. Adatta ad un pubblico maturo, esigente, fedele.

provenienza: Belgio- gradazione alcolica 9% vol.- colore scuro.

La Chouffe: Sapiente birra dalla schiuma fitta e persistente. I suoi inebrianti profumi non tradiscono un corpo soffice e complesso. Gli aromi la rendono curiosa e piacevole. Il finale armonico ed asciutto la rende distintiva e facile da ricordare, per sempre.

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